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comportamento a rischio di alcuni soggetti (cosiddetti sensation sikers). E' dunque possibile, anzi probabile, che le dipendenze abbiano tra i vari fattori anche uno di tipo genetico. Naturalmente queste osservazioni non sono sufficienti, da sole, a spiegare perché a fronte di una percentuale così alta di soggetti a rischio (uno su quattro), solo pochi cadono nell'uso di droghe. Devono per forza sussistere altre condizioni favorenti, che spesso si ritrovano nella storia familiare del soggetto e nell'ambito psicologico.
Fattori psicologici nelle dipendenze
Per quasi tutti i pazienti affetti da "dipendenza" la droga o il comportamento compulsivo svolgono un ruolo funzionale, cioè "servono" a qualcosa. Può sembrare strano ad una analisi di tipo superficiale, ma il consumo di sostanze è spesso "utile" a quella particolare persona per mantenere un equilibrio, sedare un sintomo, sostituire qualcosa o qualcuno, rispondere ad un bisogno. In rapporto a questi bisogni spesso il tossicodipendente sceglie la sua droga. Naturalmente parliamo di una "scelta" istintiva, che diventa tale attraverso una esperienza spesso tormentata e devastante. Un depresso più facilmente userà cocaina per mascherare il suo disturbo dell'umore e per rendersi interessante in un contesto sociale o ricreativo in cui sono richieste prestazioni elevate, performance brillanti, personalità iperattive. La cocaina difatti si è connotata come la "droga dei manager", anche se poi in realtà ci sono molti appartenenti alla classe media che si sono rovinati usandola. Una persona con forti angosce esistenziali o con un ambiente familiare fortemente conflittuale è più probabile che cerchi "sollievo" nell'uso di eroina o di alcol, che sono due sostanze (pur nella loro diversità) che possono placare questi sintomi. La dipendenza, insomma, si instaura come risposta ad un bisogno profondo, quasi mai come frutto di un esperimento di piacere. Tanto più grave è la dipendenza, tanto più emergono fattori disfunzionali nella storia familiare e psicologica della persona. Ogni uomo ha bisogni di sicurezza, di appartenenza, di stima, di autorealizzazione (Maslow, 1954). L'uso di una sostanza spesso è una scorciatoia, un "trucco" sperimentato e trovato utile per abbreviare percorsi più lunghi, per dare risposte (ovviamente patologiche) a domande a cui l'individuo non ha saputo rispondere con le proprie risorse. Spesso perché si tratta di persone con scarsa tolleranza per la frustrazione, o che hanno una sostanziale incapacità a gestire in modo adulto delle relazioni, delle situazioni, degli eventi. D'altra parte, se la droga riesce a fornire una risposta temporanea ad un bisogno, dall'altra blocca il percorso evolutivo dell'individuo. Se un giovane impara a superare la timidezza bevendo, questo significa una arresto nel suo percorso di ricerca di risorse proprie e autonome. Se un adolescente annega nell'eroina la sua angoscia di stare in una famiglia in cui si sente rifiutato (parliamo di realtà "percepita"), eliminerà ogni sforzo di farcela da solo, avrà scarse probabilità di imparare a gestire il dolore, accettare la realtà o darle un senso. Da qui l'arresto nel percorso dell'evoluzione maturativa psicologica che osserviamo nei tossicodipendenti. L'emergere di sentimenti non controllati, come l'aggressività, la paura, l'ansia.
EROINA
L'eroina (diacetilmorfina) è una sostanza che si ricava per semisintesi dalla morfina, la quale a sua volta è estratta dal Papaverum sonniferum, una pianta conosciuta sin dall'antichità, grazie alle proprietyà dell'oppio. L'eroina è una
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